news



 

Testo di Jade Vlietstra

Sergio Curtacci

La contemporaneità è in espansione.
Il percorso artistico di Sergio Curtacci nasce all’interno della sua formazione di ingegnere informatico, dove spazia nella multimedialità digitale. E’ di casa nel World Wide Web la miniera di informazioni e cerca nell’espansione nuovi linguaggi.

Un linguaggio globale fatto di simboli che non necessitano
parole, un alfabeto in continua evoluzione. Sovrappone strati molteplici, reinventando le icone sociali, crittografandole nel segno, immergendole nel colore. Vedendo le sue opere possiamo, immaginare molteplici
livelli, una superficie segnata da infiniti sentieri narrativi,
che sono altrettanti itinerari, come il reticolo di strade,
percorse dal traffico caotico delle grandi metropoli.
I soggetti si muovono, si smaterializzano per la loro
leggerezza o divengono materici in virtù del loro peso
specifico, in un susseguirsi di scomparire e ricomparire agli
occhi dello spettatore, a seconda dell'intensità della
narrazione che si agita in direttrici diverse insieme alla
capacità di lettura.

E' come essere in un fiume che scorre ininterrottamente verso il mare.
Si percepisce uno spazio e un tempo che agiscono in una
dimensione di simultaneità, dall'estensione infinita sfuggono da un ordine perentorio, vivono di vita propria e coesistono nella contemporaneità.
Sergio Curtacci, dal vissuto intenso ribelle, anticonvenzionale è proiettato in orizzonti satellitari nello
spazio senza gravità. Una rete globale, dove la
contemporaneità è in espansione, e i confini non definiti sono una spazialità che risiede al di là da quelli che
sono i luoghi territoriali delle nazioni. Sergio Curtacci cerca
una sintonia tra i diversi linguaggi nelle variazioni,
aggiunge e modifica. E' dal presente di un dopo che lui
decreta lo scenario della sofferenza come permanente e
definitiva.

E’ alla ricerca di una risposta, che nella
apparente immediatezza nasconde un rimando tautologico in grado di chiudere il cerchio di una guerra interiore e del disastro da essa provocato. Pioniere partecipa ai cambiamenti straordinari all'interno della sua individualità, il suo agire artistico riflette il mondo globale. Le sovrapposizione diventano il perno di spazi sconfinati. Sergio Curtacci ci mette di fronte il cambiamento
concettuale di identità rispetto allo spazio globale, forse nel tentativo di trasformare l'essenza fisica e spirituale
interiore? Un trascendimento in una dimensione globale che crea interconnessione tra contesti in una apertura globale.

Curtacci si impossessa dei volti, delle icone, delle proposte di stile di vita, del branding e con forza dissacrante
frantuma la realtà coprendola di una fitta ragnatela di altre realtà possibili e immaginabili. I luoghi dell'umanità sono un tempo e uno spazio necessariamente intrecciati, e
lui cattura una temporalità che può essere espressa solamente attraverso quel ossimoro, nel quale il "in breve" si annoda al "per sempre" e che lo costringe a rivolgersi a quelle fasi cercano in esse le diramazioni in cui dai confini più esterni si collega al centro e al presente del passato.
Curtacci pratica il cosiddetto "detournement", parola il cui
significato è sia "deviazione" sia "dirottamento" che possiamo tradurre con "decontestualizzazione" nella
sua serie di opere "Luoghi non luoghi". Definizioni per
indicare luoghi di transito, dunque segnati dalla
provvisorietà.

Nei suoi nuovi lavori la materia non esiste, è una materia
impalpabile imbevuta di colori in una gamma luminosa, il rosso e il nero, la palpitazione e l'abbandono, rendono inquietanti i paesaggi, le immagini femminili, in una critica alla società consumistica. Studia gli aspetti atmosferici e
luministici raffigura vedute oggettive o trasfigurate dal
colore dalla luce, affascinato dagli elementi architettonici
della città.

Una serie di visioni, icone, feticci visuali viventi tra le
maglie di immagini magmatiche, come sottratti al sonno del potenziale. Sotto la superficie liquida dei filtri trasparenti, come tatuaggi sempre mutanti, visibili sotto pelle dell'immagine, l'esperienza della visione si dilata fino a
contenere le idee e la sensazione dell'immersione in
una realtà nella quale Curtacci ci trasporta. Una dimensione dove spazio e tempo si confondono.
L'esperienza che traspare nella sua espressione è quella di una nuova dimensione complessa, in continuo movimento. Che attinge da un immenso labirinto in continua espansione, con snodi, slarghi, crocevia, itinerari da
seguire, centri di permanenza temporanea. Vediamo masse, volti femminili, sguardi di paura, luoghi dimenticati, attraverso strati sovrapposti. Forse una sfida al racconto, che il mondo globale tende a fare di se stesso, allo sguardo frontale da cui produce i propri enunciati.
Ricerca un riscatto una liberazione del suo tempo, del
suo presente, dalle costrizioni verso il ricordo del passato e la proiezione del futuro, che gli impone l'autobiografia.
Possiamo dire che le sue opere tendono alla desacralizzazione del tempo e della liberazione dell'uomo.

Una dimensione diversa che modifica lo spazio, ne trasforma la struttura, in una dimensione globale, di
simultaneità, in una estensione grandissima.

Curtacci attraverso i suoi scenari sporcati dal colore e dalle macerie, denuncia che la grande massa dei «non» non popola i luoghi. Ma al momento che sconfina delle individualità porta con se fatti e intrecci collettivi, in strati
che si sovrappongono. L'esperienza medita di rappresentare la simultaneità di tutti gli eventi del mondo,
la molteplicità di tutti i percorsi possibili di questi eventi e forse, il raggiungimento di quella aspirazione alla libertà disperatamente cercata e proclamata dalla storia universale nel corso di almeno quattro secoli. La sua è
sicuramente, una procedura di liberazione della temporalità stessa che non necessita più di essere né assoggettata, né addomesticata, perché è divenuta ormai
globalmente umana.